Lo spettacolo nasce da un rapporto profondo, antico e mai interrotto tra Mario Perrotta e l’opera di Luigi Pirandello. Un legame che affonda le radici nella formazione filosofica di Perrotta e nel suo stesso debutto sulle scene, e che negli anni si è trasformato in un dialogo vivo, necessario, capace di rinnovarsi a ogni incontro con il presente. Qualcuno nessuno centomila si configura come una nuova tappa di questo percorso: un’indagine teatrale sul tema dell’identità, che prende le mosse dalle intuizioni “psicoanalitiche” pirandelliane per attraversare il nostro tempo.
Al centro, la molteplicità delle maschere che ciascuno indossa per esistere, una riflessione che, se nel Novecento aveva un carattere rivoluzionario, oggi trova una risonanza ancora più potente nell’epoca digitale. I social media amplificano all’infinito questo gioco di travestimenti, generando un loop continuo di rappresentazioni di sé e trasformando la rete in una zona franca in cui è possibile essere, contemporaneamente, qualcuno, nessuno e centomila. Ma lo spettacolo non si limita a tradurre Pirandello in chiave contemporanea. Si costruisce piuttosto su uno slittamento continuo tra piani diversi: tra teatro e vita, tra finzione e realtà, tra i personaggi pirandelliani e le nostre esperienze quotidiane. Figure come Enrico IV, L’uomo dal fiore in bocca, Ciampa de Il berretto a sonagli, il Signor Moscarda di Uno, nessuno, centomila non vengono semplicemente evocati, ma interrogati nella loro capacità di parlarci ancora oggi. Cosa resta delle loro inquietudini? Quanto ci appartengono le loro fratture interiori? In questo attraversamento, le intuizioni di Pirandello si rivelano ancora vive e necessarie: mettono in crisi l’idea di un io stabile, mostrando invece un’identità fragile, plurale, continuamente ridefinita nello sguardo degli altri. Lo spettacolo si muove proprio dentro questa instabilità, senza offrire risposte né soluzioni, ma scegliendo di osservare – quasi spiare – le nostre abitudini più quotidiane. È lì, nei gesti ripetuti e apparentemente innocui, che si manifesta forse una nuova incrinatura: una frattura sottile nel rapporto tra noi stessi e il mondo.
“Lo spettacolo nasce da un rapporto profondo, antico e mai interrotto tra Mario Perrotta e l’opera di Luigi Pirandello. Un legame che affonda le radici nella formazione filosofica di Perrotta e nel suo stesso debutto sulle scene, e che negli anni si è trasformato in un dialogo vivo, necessario, capace di rinnovarsi a ogni incontro con il presente.
“Qualcuno, nessuno, centomila” si configura oggi come una nuova tappa di questo percorso: un’indagine teatrale sul tema dell’identità, che prende le mosse dalle intuizioni “psicoanalitiche” pirandelliane per attraversare il nostro tempo.
Al centro, la molteplicità delle maschere che ciascuno indossa per esistere, una riflessione che, se nel Novecento aveva un carattere rivoluzionario, oggi trova una risonanza ancora più potente nell’epoca digitale. I social media amplificano all’infinito questo gioco di travestimenti, generando un loop continuo di rappresentazioni di sé e trasformando la rete in una zona franca in cui è possibile essere, contemporaneamente, qualcuno, nessuno e centomila.
Ma lo spettacolo non si limita a tradurre Pirandello in chiave contemporanea. Si costruisce piuttosto su uno slittamento continuo tra piani diversi: tra teatro e vita, tra finzione e realtà, tra i personaggi pirandelliani e le nostre esperienze quotidiane. Figure come Enrico IV, L’uomo dal fiore in bocca, Ciampa de Il berretto a sonagli, il Signor Mostarda di Uno, nessuno, centomila non vengono semplicemente evocati, ma interrogati nella loro capacità di parlarci ancora oggi. Cosa resta delle loro inquietudini? Quanto ci appartengono le loro fratture interiori?
In questo attraversamento, le intuizioni di Pirandello si rivelano ancora vive e necessarie: mettono in crisi l’idea di un io stabile, mostrando invece un’identità fragile, plurale, continuamente ridefinita nello sguardo degli altri. Lo spettacolo si muove proprio dentro questa instabilità, senza offrire risposte né soluzioni, ma scegliendo di osservare – quasi spiare – le nostre abitudini più quotidiane. È lì, nei gesti ripetuti e apparentemente innocui, che si manifesta forse una nuova incrinatura: una frattura sottile nel rapporto tra noi stessi e il mondo”. (Mario Perrotta)